Stili di gioco · Analisi

Catenaccio: la difesa all'italiana con i marcatori a uomo e il libero

Il catenaccio: marcature a uomo, un libero alle spalle, contropiede. Dal verrou svizzero a Rocco, Viani e Herrera, Brera, il declino con la zona e cosa resta.

Illustrazione vista da dietro una porta: una fila di difensori senza volto sta spalla a spalla davanti all'area, unita da tratti rossi, con un libero in rosso più indietro, alle loro spalle.
Immagine: Touchline Notes

Il catenaccio è il sistema difensivo in cui ogni difensore marca a uomo un avversario, mentre un libero senza compiti di marcatura copre alle spalle di tutti. Dopo aver chiuso gli spazi davanti alla porta, la squadra riparte in contropiede con pochi passaggi.

Il nome viene dalla serratura. Treccani lo registra come calco del francese verrou e del tedesco Riegel, cioè chiavistello, e lo descrive come la tattica di una squadra «generalmente debole» che arretra giocatori del centrocampo o dell'attacco. Per gli italiani però è molto più di uno schema. È il calcio con cui Milan e Inter hanno conquistato l'Europa negli anni Sessanta, e all'estero resta l'etichetta più legata al calcio italiano.

Come se ne parla in Italia

In italiano si dice «catenaccio», «fare il catenaccio» o «giocare col catenaccio». Treccani registra anche il senso figurato: qualunque atteggiamento rigidamente difensivo, per esempio un datore di lavoro che rifiuta ogni trattativa. Wikipedia lo collega al motto che riassume una tradizione intera: «primo: non prenderle».

Gran parte del vocabolario nasce qui. Il libero e il contropiede sono parole di Gianni Brera, che Wikipedia indica come il «teorico» del catenaccio, mentre Gipo Viani e Nereo Rocco furono gli sperimentatori. Anche i numeri di maglia raccontano il sistema. Nella numerazione tipica il libero porta il 4 (o il 6), lo stopper il 5, i terzini il 2 e il 3, il mediano il 6 (o il 4) e il centravanti il 9.

Le origini: dal verrou al Vianema

L'idea non è italiana. Wikipedia la attribuisce all'austriaco Karl Rappan, che nel 1932 allenava il Servette. Il Sistema dell'epoca aveva due terzini e uno stopper, tutti in marcatura stretta. Rappan tolse un uomo dal centrocampo e lo mise in linea con i difensori, senza un avversario fisso. Con il suo verrou la modesta Svizzera eliminò la Germania ai Mondiali del 1938 e arrivò ai quarti di finale.

In Italia il primo a usarlo fu Mario Villini alla Triestina nel 1941-42. Ottavio Barbieri lo riprese con lo Spezia, che vinse il campionato Alta Italia del 1944. Poi venne Salerno. Il Vianema della Salernitana di Gipo Viani, in Serie A nel 1947-48, nacque da un'idea del capitano Antonio Valese. Il mediano Alberto Piccinini giocava con il numero 9, da finto centravanti, ma appena iniziava la partita marcava il centravanti avversario. Così il centrale Ivo Buzzegoli restava libero di intervenire ovunque. Secondo Wikipedia fu il primo schema a usare il libero in modo sistematico. La stampa lo criticò per «ostruzionismo e difensivismo», ma la Salernitana tenne testa alle grandi. Alfredo Foni vinse poi lo scudetto 1952-53 con un'Inter impostata allo stesso modo.

Nereo Rocco, il paròn

Il catenaccio vincente dei primi anni ha l'accento triestino. Nereo Rocco lo aveva provato già da giocatore, da libero nella Libertas del dopoguerra. La Triestina, ultima nel 1946-47 e ripescata, lo prese in panchina. Con il battitore libero chiuse il campionato 1947-48 alle spalle del Grande Torino. Rocco portò poi il Padova al terzo posto nel 1957-58.

Al Milan arrivò il salto europeo. Il 22 maggio 1963, a Wembley, il Milan batté 2-1 il Benfica e vinse la prima Coppa dei Campioni del calcio italiano. Dopo il gol di Eusébio, Rocco mise Giovanni Trapattoni in marcatura stretta sul fuoriclasse portoghese e José Altafini firmò la rimonta. Il 28 maggio 1969, a Madrid, il suo Milan travolse 4-1 l'Ajax di Rinus Michels, con una tripletta di Pierino Prati. Tre anni dopo quella stessa idea di calcio olandese avrebbe battuto l'Inter.

Su Rocco circola la battuta più famosa del catenaccio. A un giornalista che augurava «vinca il migliore», avrebbe risposto in dialetto: «Ciò, sperèmo de no!». Wikipedia avverte però che secondo Gigi Garanzini la frase è un falso storico.

La Grande Inter di Helenio Herrera

Herrera arrivò dalla Spagna nel 1960 con la fama di allenatore offensivo. Wikipedia scrive che trovò proprio nel catenaccio la chiave per riportare l'Inter al successo: tre scudetti (1962-63, 1964-65, 1965-66), due Coppe dei Campioni e due Intercontinentali. Federico Aquè, su Ultimo Uomo, ricorda che nel terzo anno del Mago l'Inter segnò 56 gol e ne subì appena 20.

La formazione la sanno a memoria anche i tifosi di altre squadre: Sarti; Burgnich, Facchetti; Bedin, Guarneri, Picchi; Jair; Mazzola, Milani (o Peiró, o Domenghini), Suárez, Corso. Ecco i ruoli:

  • Armando Picchi, il capitano, era nato terzino destro. Herrera lo arretrò a libero e ne fece un «allenatore in campo».
  • Aristide Guarneri marcava il centravanti, Tarcisio Burgnich l'ala avversaria.
  • Giacinto Facchetti era il terzino sinistro che attaccava. Wikipedia lo definisce il primo «fluidificante» della storia del calcio italiano.
  • Il mediano, prima Zaglio, poi Tagnin e Bedin, aveva il compito di neutralizzare il numero 10 avversario.
  • Luis Suárez era il regista che lanciava il contropiede. Jair dava velocità a destra, Mario Corso fantasia a sinistra, Sandro Mazzola si inseriva da mezzala.

La finale di Vienna del 1964 è il manuale del sistema. Contro il Real Madrid, Guarneri rubò palla a Puskás, Facchetti risalì la fascia e servì Mazzola per l'1-0. Il 3-1 arrivò su un classico contropiede: Mazzola tolse il pallone a Santamaría e segnò. L'Inter fu la prima squadra a vincere la coppa senza perdere una partita. L'anno dopo bissò a San Siro contro il Benfica, 1-0 con gol di Jair.

Brera e il «difensivismo» come filosofia

Nessuno ha difeso il catenaccio come Gianni Brera. Secondo Wikipedia sosteneva che gli italiani non erano fisicamente all'altezza di altri popoli. Per questo non potevano giocare all'attacco per novanta minuti: dovevano risparmiare energie e vincere d'astuzia. Il suo modello fu l'Italia di Enzo Bearzot, campione del mondo nel 1982.

Attorno a Brera e a Gualtiero Zanetti si formò la cosiddetta «scuola lombarda», che propugnava un calcio difensivista. Dall'altra parte c'erano Antonio Ghirelli e Gino Palumbo, che chiedevano un gioco più offensivo. Lo scontro durò decenni. Brera non amò mai Arrigo Sacchi e attribuiva i successi del suo Milan ai soli olandesi.

Il declino e la rivoluzione della zona

Il catenaccio entrò in crisi negli anni Settanta. Wikipedia cita il Brasile della ginga e il calcio totale olandese. Diversi giornalisti ne decretarono la fine dopo la finale mondiale del 1970 e quella di Coppa dei Campioni del 1972, persa dall'Inter contro l'Ajax. Il difetto era la rigidità: un inserimento improvviso non veniva letto dagli schemi, e la squadra subiva a lungo l'iniziativa avversaria.

L'evoluzione italiana fu la zona mista di Gigi Radice e Giovanni Trapattoni: marcature a uomo e libero, ma anche zona, pressing e scambi di posizione. Con questo schema vinsero la Juventus del Trap e l'Italia di Bearzot nel 1982. Tra i primi a usare con sistematicità la difesa a zona ci fu Nils Liedholm, sui modelli olandese e brasiliano. Il boom arrivò negli anni Ottanta con Zdeněk Zeman, Giovanni Galeone e soprattutto Sacchi. Il suo Milan giocava con la stessa mentalità aggressiva in casa e in trasferta. Era il contrario dell'abitudine italiana di andare in contropiede fuori casa. Con un 4-4-2 a zona, linea alta e pressing, vinse la Coppa dei Campioni del 1989 battendo 4-0 la Steaua al Camp Nou.

Che cosa resta oggi

Come sistema completo il catenaccio non esiste più, ma le sue idee sì.

  • Il difensore che copre: Wikipedia nota che in Italia, anche a zona, si è a lungo tenuto uno dei due difensori centrali un passo dietro l'altro, «una sorta di versione aggiornata» del libero. Nella difesa a tre il centrale di mezzo fa spesso lo stesso lavoro.
  • La difesa bassa e compatta: il blocco basso protegge la stessa zona davanti alla porta.
  • Il contropiede: recuperare palla dietro e attaccare in pochi passaggi è ancora un'arma, fatta di transizioni e verticalità.

La parola però viene usata con troppa leggerezza. Hernán Crespo ha detto che oggi il gioco di Diego Simeone si chiama «cholismo», mentre una volta si chiamava catenaccio. Ultimo Uomo ha risposto che l'Atlético difende a zona e pressa in avanti, quindi non è catenaccio.

Come riconoscerlo in una partita

Guarda la difesa quando l'avversario attacca. Se ogni difensore segue il suo uomo ovunque vada e un compagno resta dietro a tutti senza un avversario diretto, sei vicino al catenaccio classico. Poi guarda cosa succede quando la squadra recupera palla. Un lancio lungo e immediato verso un attaccante che scappa, invece di una costruzione paziente, è l'altra metà del sistema. Oggi l'immagine più vicina è una difesa a cinque senza palla, con il centrale di mezzo un passo più indietro e gli esterni a tutta fascia schiacciati sulla linea.

Che cosa significa catenaccio nel calcio?

È un sistema difensivo con marcature a uomo e un libero che copre alle spalle dei compagni, unito a ripartenze rapide. La parola indica la serratura: l'idea è chiudere la porta e colpire in contropiede. Nell'uso comune vuol dire anche, più in generale, difendersi a oltranza.

Chi ha inventato il catenaccio?

L'austriaco Karl Rappan, con il verrou del Servette e della Svizzera negli anni Trenta. In Italia lo usarono per primi Villini, Barbieri e Viani con il Vianema. Nereo Rocco lo rese vincente con Triestina, Padova e Milan, e Helenio Herrera lo portò al massimo con la Grande Inter.

Che differenza c'è tra catenaccio e zona mista?

Il catenaccio puro si basa su marcature a uomo e un libero fisso, con poco movimento e molto contropiede. La zona mista di Radice e Trapattoni, dagli anni Settanta, mantiene il libero e alcuni marcatori, ma aggiunge zona, pressing e scambi di posizione. È considerata l'evoluzione del catenaccio.

Perché il catenaccio è scomparso?

Le squadre olandesi e brasiliane, con giocatori in continuo movimento, mettevano in crisi i marcatori fissi. Dagli anni Ottanta la zona di Liedholm e soprattutto di Sacchi ha cambiato il calcio italiano. Il libero è sparito, sostituito da due centrali in linea che difendono uno spazio e non un uomo.

Prova una difesa a cinque con il libero sulla lavagna tattica.

Fonti e approfondimenti

  1. Catenaccio (calcio) — Wikipedia
  2. Catenaccio — Treccani
  3. Breve storia del catenaccio — Ultimo Uomo
  4. Grande Inter — Wikipedia
  5. Nereo Rocco — Wikipedia